Lettera di Daniela Rossi: chiarimento su articolo del 9 ottobre 2008

il 9 ottobre ho pubblicato sul mio blog questo articolo che poteteleggere sotto:
http://psicologiaesordita.blogspot.com/2008/10/quando-la-sordit-del-figlio.html

Ora Daniela Rossi mi ha chiesto di pubblicare una sua lettera dove fa dei chiarimienti.
Buona Lettura!
 
ELISA
 

Il giorno 9-10-08 ho pubblicato un articolo su Salute, inserto di Repubblica, in cui mi sono chiesta se negli ospedali i genitori ricevano informazioni su apparecchi acustici tecnologicamente più evoluti.
Ho scritto che sono soddisfatta, tra molte altre cose, per la libertà che ha mio figlio di giocare a calcio colpendo anche il pallone con la testa, SENZA TOGLIERE GLI APPARECCHI.

Ho aggiunto che con l'impianto cocleare questo non gli sarebbe stato possibile.

Una persona che rappresenta famiglie di bambini sordi ha pubblicato oggi , sempre su Salute, una risposta irritata facendo sapere che i bambini operati che lei conosce giocano a calcio e rugby.

La FDA (Food and Drug Administration) avverte però che qualsiasi sport da contatto può danneggiare l'impianto e rendere necessaria una nuova operazione chirurgica.

La stessa cautela auspicano i più noti produttori di impianti ma anche audioprotesisti ed otorinolaringoiatra sul sito www.sordità.it dove si legge: "si raccomanda di non praticare sport che comportino urti al capo come calcio, lotta, ecc ed è ovviamente indispensabile togliere la parte esterna dell'impianto per altri come nuoto, salto, ecc.".

Sullo stesso si avverte addirittura di "non sfregare troppo la cute dei bimbi con impianto quando si lavano loro i capelli".

L'inidoneità a praticare sport di contatto è ribadita, tra gli altri, dall'Associazione Genitori dei Sordi Bresciani, dall'Associazione Ascolta e Vivi Onlus, da medici sportivi e  otorinolaringoiatra nel sito www.tetractis.it.

Sono certa che esistano persone con impianto che non hanno rinunciato a praticare sport e genitori che lo permettono ai figli, ma lo fanno contro le chiare indicazioni della FDA, rischiando danni all'apparecchiatura e spostamento degli elettrodi così come avvertono gli esperti.

In caso di rottura, quindi, spiegava un assicuratore in un forum, potrebbero non aver diritto al risarcimento per le spese.

La persona in questione, per confermare le sue affermazioni, ha sostenuto che solo lo 0,2 % di bimbi operati va incontro alla rottura dell'impianto.

Questa percentuale, che risulta al suo medico di riferimento riguardo a quelli che ha operato lui, non è calcolata correttamente.

La probabilità di rottura di un impianto praticando sport da contatto, non si verifica infatti sul campione di tutti i bambini operati che magari giocano con paletta e secchiello o guardano i cartoni animati in tv ma su quello costituito da quanti praticano effettivamente calcio, lotta, rugby o altro.

Se un bimbo con apparecchio endoauricolare inserito nel condotto uditivo tira il pallone di testa per 10 volte durante una partita e altrettanti colpi riceve tra gomitate e spallate senza subire danni,

è intuitivo che per  una persona con l'impianto una situazione del genere sia rischiosa.

Oggi in Italia e in tutto il mondo la scelta preferenziale è comunque quella dell'impianto.

Perchè è quello che i medici propongono e perchè spesso funziona.

E' quindi chiaro che nessuno ha di che preoccuparsi quando qualcuno semplicemente riporta indicazioni ragionevoli sul suo utilizzo pubblicate e confermate da esperti di tutto il mondo.
 
Daniela Rossi
 

1 commento:

Anonimo ha detto...

L’invidia è anzitutto un sentimento doloroso, che si impone spesso contro la propria volontà e del quale è difficile liberarsi attraverso riflessioni di tipo razionale.

L’invidia comporta infatti sentimenti negativi, che sfiorano il rancore, l’odio, l’ostilità verso chi possiede qualcosa che l’invidioso non ha. L’invidia agisce allora come un meccanismo di difesa, come un tentativo di recuperare la fiducia e la stima di sé stessi, attraverso la svalutazione di chi ha di più: in termini di fortuna, di successi personali, di possibilità economiche ecc.

Per Freud a provare questo sentimento erano soprattutto le donne, nei confronti degli uomini. E’ lui infatti che ha per primo teorizzato l’ ‘invidia del pene’ da parte delle bambine, le quali si sentirebbero danneggiate dalla mancanza di questo organo sessuale e per questo svilupperebbero nei suoi confronti una forte invidia. Questa invidia sarebbe per il fondatore della psicoanalisi addirittura al centro dello sviluppo della psicologia femminile, attraverso i condizionamenti incancellabili lasciati dall’invidia del pene nella formazione del carattere e nello sviluppo psico-sessuale.

Oggi questa teoria freudiana appare superata, perché fin troppo ‘fallocentrica’, e questo anche a seguito delle confutazioni fatte da parte delle psicoanaliste-donne negli anni settanta, che hanno duramente contestato il postulato teorico di superiorità maschile che la teoria dell’invidia del pene implicava. (Certamente una certa invidia per le numerose libertà, anche sessuali, di cui ha goduto sempre il maschio rispetto alla femmina c’è sempre stata nelle donne, ma per fortuna questo tipo di invidia oggi è quasi del tutto scomparsa, date le conquiste sociali femminili avvenute negli ultimi cinquanta anni).

Il sentimento dell’invidia è sempre stato condannato dalla società, tanto che essa è considerata, dal punto di vista morale, un ‘vizio’. L’invidioso infatti ha il ‘vizio’ di svalutare le persone che percepisce come ‘migliori’ di sé e spesso non si limita al pensiero o alle fantasticherie di tipo aggressivo e distruttivo, ma cerca di danneggiare oggettivamente l’invidiato, ostacolandolo in ogni suo progetto o iniziativa.

Egli infatti è ‘colpevole’, agli occhi dell’invisioso, per essere apprezzato e stimato dalla società più del dovuto, e comunque più di quello che l’invidioso desidererebbe, anche in confronto a sé stesso. La consapevolezza che il soggetto odiato a causa dell’invidia non nutra alcun sentimento negativo nei confronti dell’invidioso non migliora in quest’ultimo il rancore e l’ostilità provata.

Quasi nessuno ammette di essere invidioso. Pochissime persone ne parlano apertamente, perché svelare questo sentimento è come rivelare al mondo la parte più meschina e vulnerabile di sé stessi, cosa che non fa piacere a nessuno, nemmeno a chi tende ad autodenigrarsi o a svalorizzarsi continuamente. Per questo motivo è più frequente osservare e analizzare l’invidia negli altri, piuttosto che nei propri pensieri e comportamenti.

Esistono poi due tipi di invidia : quella buona e quella cattiva. L’invidia buona rappresenta comunque un sentimento doloroso, lacerante, che si prova nel vedere qualcun altro riuscire dove e come noi vorremmo per noi stessi, ma in questo caso non si provano sentimenti negativi di odio e rancore per l’invidiato, non si cerca di ostacolarlo, o di togliergli ciò che possiede o ha ricevuto in premio.

L’invidia ‘cattiva’ è infatti quella che non prevede e non auspica null’altro che il male, la sfortuna e la definitiva sconfitta dell’odiato rivale.