Caso Provolo, il vescovo attacca: "Una montatura, accuse infamati"

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ABUSI SESSUALI. Il vescovo Giuseppe non ha dubbi sull'inconsistenza
della denuncia mossa da un'associazione sordomuti. Il capo della
diocesi ha però ricordato che «come Chiesa non si va in prescrizione»
Don Fasani: «Ricostruzione inverosimile»

VERONA. Non ha dubbi, quel che è stato raccontato dagli ex alunni
dell'istituto per sordi Antonio Provolo, quegli episodi agghiaccianti
narrati da persone ormai di mezza età e resi noti a distanza di anni,
con tanto di nomi e circostanze e fatti, sono «una montatura, sono
menzogne».
Monsignor Giuseppe Zenti, vescovo della diocesi nella quale si
sarebbero consumati per decenni abusi sessuali e sevizie ai danni dei
bambini sordi ospiti dell'istituto, respinge le accuse mosse ai
sacerdoti e ai fratelli laici. E ieri è andato oltre accusando il
presidente dell'associazione sordi Antonio Provolo, Giorgio Dalla
Bernardina, di aver «plagiato queste persone, mi viene il sospetto che
le dichiarazioni le abbia scritte lui. Pretendeva di mantenere
l'utilizzo di beni immobili appartenenti alla congregazione e chiuse
la sua richiesta minacciando di intervenire con accuse di pedofilia.
Sono banalità costruite con mentalità aberrante ed è aberrante che lui
strumentalizzi questi sordomuti. Non vogliamo denunciarlo, riconosca
che è una montatura e chiudiamo la vicenda, se smentisce rinunciamo a
qualsiasi azione. Infangare una congregazione e una diocesi è
incivile». In caso contrario sarà pronto a ricorrere alle vie legali.
Parole pronunciate a voce alta e senza esitazione nel salone al primo
piano dell'Episcopio dove attorno al grande tavolo ovale c'erano
reporter e fotografi, accanto a lui monsignor Bruno Fasani e don
Callisto Barbolan. Un incontro organizzato per illustrare la posizione
della Curia di fronte a quei racconti dell'orrore raccolti e
pubblicati, in parte, su L'Espresso che da giovedì sono rimbalzati su
tutti i giornali d'Italia. Quegli episodi di abusi che sarebbero
avvenuti tra la fine degli anni Cinquanta e il 1984 nell'istituto di
via Provolo, in quello del Chievo e anche alla Tenuta Cervi a San Zeno
di Montagna durante l'estate.
A cinquecento chilometri di distanza, nella sala stampa di
Montecitorio, si era appena concluso l'incontro organizzato dagli
onorevoli Turco e Russodivita proprio su questo caso. Davanti ai
cronisti le vittime hanno ribadito quel che è stato registrato e
ripreso dal cronista del settimanale: «tutto vero, con nomi e
cognomi». E al termine è stato il parlamentare radicale Maurizio Turco
a lanciare un appello a monsignor Zenti: «Il vescovo chiami i preti e
i fratelli laici coinvolti e li convinca a rinunciare alla
prescrizione in modo che si possa accertare in tribunale quanto
accaduto. In questo modo si potrà verificare quello che Curia non ha
accertato in questo anno e mezzo».
Monsignore però di quell'appello non era a conoscenza, la sua
posizione è stata netta. Come quella di monsignor Fasani: «sostenere
che 25 preti su 26 praticavano la sodomia e altro è inverosimile,
neanche una casa di tolleranza avrebbe potuto reggere questo ritmo ed
è impossibile che non trapelasse niente». Entrambi convinti che sia
«tutta una montatura».
«Non c'è nessuna paura della verità, una vicenda che ci ha lasciato
sgomenti ma sono convinto che non vi sia niente di vero. Mi trovo tra
l'incudine e il martello: il signor Dalla Bernardina è un nostro
diocesano, un mio fedele. Se voleva fare la guerra doveva corazzarsi,
non usare la bicicletta e la baionetta da bersagliere. Bisogna
analizzare e circostanziare gli episodi, quello che risulta da
L'Espresso è da allucinazione».
Un fiume in piena, interrotto ogni tanto dalle domande dei cronisti:
«Una vicenda losca chiamare in causa monsignor Giuseppe Carraro,
vescovo dal 1958 al 1978, per il quale è in corso una causa di
beatificazione. Il racconto di un ragazzino accompagnato addirittura
in vescovado e che in questo salone, dove sto parlando, venne abusato
non è credibile. Impossibile che ciò sia avvenuto, monsignor Carraro,
per il carattere che aveva, al massimo avrebbe potuto accarezzare la
testa di un bimbo. Questo racconto basta da solo a smontare tutto il
teorema, sono amareggiato ma fiducioso della verità, che viene sempre
a galla».
Ma seppur ribadendo il proprio convincimento circa la non genuinità di
quei racconti e di quei fatti ha sottolineato che «come Chiesa non
andiamo mai in prescrizione: è un caso di coscienza e anche dopo 50
anni bisogna riparare ma prima bisogna argomentare e non accusare
senza prove. Non si può fare un processo in piazza, la verità va
accertata. Si tratta di una congregazione superiore, se ci sono
responsabilità i problemi andranno affrontati ed allora saremo dalla
parte dei più deboli».
Chi sono i più deboli in questo momento, gli è stato chiesto. «al
momento i deboli sono i preti, non compete a me il loro trasferimento
ma alla congregazione e spostarli ora vuol dire riconoscere in qualche
modo la loro colpevolezza», la risposta.
Ha ribadito la necessità di accuse circostanziate, con nomi e cognomi,
che vanno inviate alla Congregazione per la dottrina della fede, ha
spiegato che monsignor Piero Mazzoni, vicario giudiziale, rispose
all'associazione poichè aveva la documentazione. «Prima è arrivata una
lettera scritta a mano con 60 firme che chiedevano a chi dovevano
rivolgersi per casi di pedofilia, è stata chiesta una denuncia
circostanziata la risposta è stata una lettera non firmata e senza
intestazione. Poi loro hanno precipitato le cose. Perchè? Dalla
Bernardina non è stato eletto presidente dell'ente nazionale
sordomuti, perchè voleva insediarsi in Tenuta Cervi, perchè gli erano
stati chiesti 200 euro al mese di spese. Se le accuse fossero vere?
Saremmo durissimi».

Fabiana Marcolini

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